Pentole, casseruole, tegami e padelle: le differenze tra le varie tipologie

Tutti noi le usiamo, ma nonostante pentole, padelle, casseruole, tegami o teglie facciano parte della nostra vita di tutti i giorni, non tutti conosciamo le differenze tra l’una e l’altra. Eppure i contenitori dedicati alla cottura dei cibi esistono fin dai tempi antichi. Vediamo insieme quali sono le differenze tra le varie tipologie di pentole.

Storia dei contenitori di cottura

Da quando l’uomo ha scoperto il fuoco e ha imparato che alcuni alimenti potevano essere più digeribili, o addirittura commestibili, una volta cotti, ha avuto la necessità di utilizzare contenitori per la cottura.

Ovviamente, il primo grande spartiacque della storia è stata la scoperta del fuoco, che ha permesso un miglioramento nella qualità della vita e ha permesso l’evoluzione della specie umana. Successivamente a questa scoperta, l’uomo primitivo iniziò anche a realizzare alcuni contenitori che, per le loro caratteristiche particolari, potevano essere utilizzati per la cottura dei cibi.

Come si può leggere nel libro “La storia della Pentola” di Medagliani e Valli, i primi esperimenti di cottura degli alimenti prevedevano l’inserimento di pietre roventi in recipienti pieni d’acqua. In questo modo si riuscì a capire che era possibile riscaldare l’acqua, fino a farla bollire e che, grazie a questo stratagemma, potevano essere preparate verdure e carne o realizzare gustosi brodi caldi.

Fu però solo dopo vari secoli che l’uomo capì come cuocere gli alimenti, grazie ad un’altra grande invenzione: la pentola. Attraverso questo strumento rivoluzionario infatti, gli esseri umani riuscirono a cuocere direttamente sul fuoco il cibo, senza bruciarsi.

Sempre all’interno del libro “La storia della pentola” di Medagliani e Valli, si racconta come ha avuto origine la storia del più antico recipiente da cottura. Infatti, nei primi anni dopo la scoperta del fuoco, l’uomo utilizzò vari metodi di cottura, come la griglia o la cottura su fuoco diretto, ma fu solo attraverso l’invenzione della pentola che riuscì a bollire e a cuocere in umido gli alimenti.

La pentola infatti altro non era che un recipiente che veniva posto tra il fuoco e l’alimento da cuocere. Grazie alla pentola i cibi potevano essere cotti anche a lungo, in maniera più controllata. Non è sbagliato quindi affermare che, grazie alla pentola, si posero le prime, arcaiche, basi di quella che sarebbe diventata la cultura gastronomica che tutti noi conosciamo.

 

Come è fatta una pentola?

La pentola, generalmente, ha una forma cilindrica con pareti alte e manici o maniglie. Nella maggior parte dei casi è dotata di coperchio e viene utilizzata per bollire liquidi e per cuocere per convenzione gli alimenti che vengono immersi all’interno. I liquidi si scaldano a partire dal fondo della pentola e trasmettono calore agli alimenti. Solitamente le pentole sono realizzate in alluminio o acciaio inox.

La pentola venne utilizzata, fin dai tempi antichi, per cuocere gli alimenti in maniera diversa, che non fosse direttamente sul fuoco o sulle braci. La pentola, che veniva interposta tra fuoco e alimento da cuocere, doveva avere alcune caratteristiche particolari. Innanzitutto doveva essere resistente alla fiamma viva, senza deformarsi, ed essere in grado di inviare calore agli alimenti, senza alterarli. E poi doveva essere impermeabile. Ovvero, il materiale in cui era realizzata la pentola non doveva assorbire o impregnarsi degli odori e dei sapori degli alimenti.

Le pentole vennero quindi realizzate in diversi materiali, prima di arrivare a quelle più moderne che utilizziamo noi. Dall’antichità ad oggi, le pentole vennero realizzate in rame, terracotta, argilla, ferro, ghisa o pietra. Molti di questi cambiamenti sono ovviamente legati ai metodi di cottura e all’evoluzione tecnologica. Uno dei salti evolutivi più importanti è legato all’introduzione, all’interno delle cucine, dei fornelli. Prima a legno, poi a gas fino ad arrivare ai moderni fornelli a induzione. I principali cambiamenti, per adeguarsi alle diverse tipologie di fornello, sono legati al fondo di pentole, tegami e padelle, che diventano piatti per garantire una maggiore aderenza al piano di cottura. Infatti, oltre ai materiali, le pentole nel corso dei secoli cambiarono anche forma. Oggi le pentole sono di forma circolare, più raramente quadrate oppure ovali, ma sempre con i manici e i fondi piatti.

Esistono diverse tradizioni, che riguardano le pentole, alcune che riguardano la cottura altre invece le tradizioni locali. In commercio è facile trovare pentole in titanio, ferro, acciaio inox, ghisa, alluminio, rame, coccio o terracotta, vetroceramica o pyrex, ma anche in pietra ollare.

 

Storia della pentola

Il nome “pentola” potrebbe avere origini diverse. Secondo alcuni proviene dal latino volgare “pinta”, ovvero “pincta”, che si riferiva a un recipiente di terracotta, secondo altri invece l’origine del nome sarebbe “pendula”, perché anticamente veniva fatta pendere con una catena all’interno del camino o sulle braci tramite un treppiede.

Le pentole più antiche di cui si ha traccia venivano realizzate in terracotta o in pietra ollare. I primi contenitori per cucinare venivano chiamati “olle“, ed erano appunto pentole in pietra ollare, utilizzate soprattutto dai ceti più poveri e ancora oggi sono richieste per determinate preparazioni di piatti tradizionali.

Quando poi si iniziarono a utilizzare i metalli, tra i più utilizzati c’era il bronzo e a seguire, durante il medioevo, il ferro. Più avanti, durante il rinascimento, fanno la loro comparsa le pentole in rame. Durante il 1700, come testimonia Menon nella “Cuisinière Bourgeoise”, vennero prodotte anche pentole in argento, destinate ai più ricchi. Dall’Ottocento invece si diffusero le pentole in ferro smaltato, mentre dal Novecento quelle in alluminio. Fu però solo negli anni Trenta, che fecero la loro comparsa le pentole in acciaio inox, diffuse praticamente ovunque durante gli anni Sessanta. L’acciaio inox infatti, per motivi di igiene e robustezza, divenne il materiale più utilizzato per tutte le attrezzature e gli utensili da cucina e quindi anche per le pentole.

Interessante è anche la storia del coperchio, che fino al Settecento era semplicemente un disco piatto, di ferro o di rame, che veniva posato sul recipiente. Al centro aveva un piccolo manico inchiodato o un manico lungo. Poi nell’Ottocento fanno la loro comparsa i coperchi bombati o profilati, che permettevano di avere una maggiore stabilità. Successivamente arrivarono anche i coperchi a scatola, che avevano un abbassamento centrale, in cui veniva deposte braci o ghiaccio, per facilitare la condensa o l’evaporazione dei liquidi, oppure altri contenitori con alimenti, per cuocere o riscaldare pietanze.

 

Qual è il miglior materiale per una pentola?

Le pentole si distinguono, come abbiamo già accennato, per il materiale utilizzato e il trattamento superficiale che subisce, per offrire determinate caratteristiche durante la cottura. Esiste infatti la pentola naturale, che non ha un trattamento superficiale e l’effetto antiaderente è dato dai grassi che vengono utilizzati per la cottura.

Invece, quelle in teflon politetrafluoroetilene si caratterizzano per un rivestimento antiaderente, che però non ama le alte temperature, e che dal 2016 è stato bandito dagli Stati Uniti. Ci sono infine le pentole in ceramica e quelle in smalto vetroso, tipico delle pentole in terraccota o coccio.

C’è poi una particolare tipologia di pentola: la pentola a pressione. Questo attrezzo si utilizza per cuocere più in fretta, grazie alla pressione a alla temperatura. Infatti, nel caso della pentola a pressione l’acqua arriva a misurare una temperatura superiore a 100 °C, più velocemente rispetto a una pentola tradizionale. Il suo principio è la pressione, generata grazie alla chiusura ermetica che impedisce la fuoriuscita del vapore, durante la cottura.

Eleggere un materiale a “miglior materiale per una pentola” è di fatto impossibile. Infatti dipende dal tipo di alimento da cuocere e dalla ricetta da realizzare.

 

Forme delle pentole: le differenze

Fino al XIX secolo le pentole avevano quasi esclusivamente una forma a otre, ovvero rigonfia. Questa forma era stata pensata perché le fiamme della cottura potevano toccare qualunque lato della pentola e cuocere in maniera uniforme gli alimenti. Poi arrivò la Rivoluzione Industriale, e con lei le stufe a legna o a carbone che iniziarono a diffondersi in tutte le case. La stufa possedeva anche una piastra, che veniva utilizzata per cuocere gli alimenti. Le pentole quindi cambiarono forma, allargandosi sul fondo, perché in questo caso il calore si diffondeva dalla base.

C’è poi anche il “pentolino” ovvero una pentola di piccole dimensioni, spesso con due manici, che viene utilizzata per preparare sughi o salse. Al contrario, esiste anche una pentola molto grande: il “calderone”. Si tratta di un grande pentolone, realizzato in metallo, ferro, rame o bronzo, dalla classica forma tondeggiante. Il calderone può essere appeso a un treppiede oppure a un altro sostegno verticale, ed essere trasportato grazie ad un asse, da due o più persone. Alcune tipologie di calderone sono dotate di piedi, per essere appoggiato senza toccare terra. Il calderone veniva utilizzato per cuocere grandi quantità di cibo o alimenti a pezzi grossi. Ad esempio, durante la macellazione del maiale, veniva utilizzato per cuocere ossa o cotenne, o per preparare lo strutto.

Tra le pentole tradizionali c’è il lavec, tipico della Valtellina. Questa pentola è realizzata con pietra ollare, e ha un diametro che varia tra i 20 e i 30 centimetri. Il fondo è piatto, le pareti svasate e il manico semicircolare. Inoltre, è completa di coperchio, con pomolo. Grazie alle sue particolari caratteristiche, il lavec viene utilizzati per cotture lente, che necessitano di una fonte di calore contenuta e devono mantenersi calde a lungo, anche quando non sono più sul fuoco. Nel lavec i cibi non si attaccano sul fondo. Viene utilizzato soprattutto per la trippa, il brasato, lo stracotto, la cacciagione in salmì, le minestre, le zuppe e i sughi.

C’è poi anche una pentola più piccola, sempre in pietra ollare, chiamata stuin. Questa viene utilizzata per cuocere cibi stufati e ha, nel coperchio, un rilievo circolare all’interno del quale si mette dell’acqua durante la cottura, per distribuire il calore in maniera uniforme.

 

Com’è fatta la padella?

La padella è una tipologia di pentola, ma caratterizzata da bordi bassi e arrotondati e da un solo manico lungo. La padella ha solitamente una forma circolare, ma non solo. Non di rado si può incontrare anche quadrata e può essere realizzata in ferro, acciaio inox, rame o alluminio. Nel caso delle padelle antiaderenti sono dotate di rivestimento antiaderente in teflon o con rivestimento in ceramica. Nel manico ha un foro, che può essere utilizzato per appendere la padella in cucina oppure, mentre si sta cuocendo un alimento, per appoggiare temporaneamente il mestolo.

 

Storia della padella

Il nome “padella” deriva dalla parola latina “patella” ovvero piccolo piatto, probabilmente in riferimento alla sua forma. Sembra infatti, in base ai ritrovamenti fatti, che le padelle in rame venissero utilizzate già nell’antica Mesopotamia e in Grecia, dove erano chiamate “téganon”, inoltre alcuni esemplari sono comparsi anche negli scavi di Pompei.

 

La forma della padella

La padella come la conosciamo noi, con la classica forma tonda o quadrata e il manico lungo, viene fatta risalire al XVII secolo. In questi anni veniva realizzata in ferro battuto, e poi, negli anni a seguire, vennero realizzate anche padelle in acciaio inox, ferro, alluminio, rame, argento.

Oggi si possono vedere soprattutto con sponda curva, utilizzate per le frittate ad esempio perché permettono di muovere con maggiore facilità il contenuto, o a sponda dritta, ideali per friggere, perché proteggono dagli schizzi. La padella ovale in alluminio è tra quelle più utilizzate nel nostro paese, perché molto versatile. Viene infatti utilizzata sia per la cottura del risotto, che per la carne.

 

Tipologie di padella: quali sono

Esistono diversi esemplari di padella, legate a culture e tradizioni particolari. Ad esempio, una tipologia di padella particolare è quella che viene chiamata “lionese“, una padella realizzata in ferro nero e ha una bassa capacità di trasmissione del calore. Per questo motivo viene utilizzata per tutte quelle preparazioni che non vogliono bruschi sbalzi di temperatura, come i brasati o gli arrosti. Può essere infatti utilizzata come alternativa alla cottura in casseruola, in forno.

C’è poi la “paella“, che deriva dalla padella tipica di Valencia. Originariamente era una padella in ferro larga e poco profonda, con due impugnature. Aspetto, quest’ultimo, che la differenziava da tutte le altre padelle. La paella veniva utilizzata per preparare l’omonimo piatto, o dei piccoli spaghettini chiamati fedelini. Altra differenza tra la “paella” e le padelle che conosciamo noi, è la dimensione. Infatti la paella è molto grande, e di solito varia in base al numero di commensali. Infatti può essere da 4 o da 10 persone e arrivare fino ad avere diametro di un metro. In alcune feste tradizionali o sagre, in Spagna, si possono vedere paelle gigantesche, che superano i due metri di diametro. Oggi esistono in commercio paella antiaderenti e paelle smaltate in ceramiche che rendono la cottura più semplice.

Altra tipologia di padella di origine orientale, ma molto diffusa anche da noi, è il “wok“. Si tratta infatti di una padella più alta del normale, semisferica e con un comodo manico. La storia del wok è molto antica, e ha origine in Cina, oltre duemila anni fa. Il wok veniva utilizzato dai poveri, nelle campagne, per cuocere più di un alimento insieme. Una delle sue caratteristiche principali è la distribuzione omogenea del calore su tutte le pareti della padella. In questo modo sarà più facile cucinare diverse tipologie di alimenti insieme, insaporendoli maggiormente. Inoltre, permette di cucinare senza grassi, sia salse che pasta che carne.

Tra le padelle più particolari c’è il “makiyakinabe”. Si tratta di una piccola padella rettangolare o rotonda con un solo manico che viene spesso utilizzata in Giappone, suo paese di origine, per la preparazione delle uova.

C’è poi la “padella sautè“, ovvero una padella dalla forma particolare, che ricorda anche una casseruola. Questo tipo di padella può essere utilizzata per diverse tipologie di cotture, dal fritto all’arrosto, al lesso. Inoltre, come si può intuire dal nome, viene utilizzata anche per la cottura di mitili, che al suo interno si aprono più facilmente.

La “padella per mantecare” o “risottiera” viene utilizzata per cuocere cibi di grandi dimensioni, oppure il risotto. Infatti, è realizzata in alluminio e ha i bordi svasati, perfetti per non fare attaccare la pasta o il riso alle pareti, e una curvatura maggiore del bordo superiore, rispetto alle classiche padelle. Si tratta di una padella maneggevole e leggera, che permette di cuocere al salto.

Infine, ultima padella che vogliamo presentarvi è la “padella per crepes” o crespelle. La cottura di questi alimenti deve essere perfetta, perché deve essere uniforme su entrambi i lati. Questa tipologia di padella quindi ha una superficie liscia, e grazie ai bordi bassi permette di girare il contenuto con estrema facilità.

 

Com’è fatto il tegame?

Il tegame, a differenza della padella che ha un unico manico lungo, ha due maniglie. Inoltre, di solito ha un fondo più spesso e i lati bombati. Il nome “tegame” sembra provenire dal greco “téganon”, che a sua volta proviene dalla parola “téko” ovvero sciogliere. Infatti, questo genere di recipiente per la cottura è ideale per tutti quegli alimenti che dovrebbero rimanere coperti, durante la preparazione. Il tegame viene utilizzato soprattutto per la cottura di cibi tagliati a pezzi, come brasati, stufati o arrosti. Infatti, proprio per questo suo uso, viene spesso associato alla casseruola. Quest’ultima però è più profonda, con pareti più alte. Il tegame inoltre permette di essere utilizzato per diverse tipologie di cottura, sia su fiamma che in forno. Ovviamente, per ottenere la cottura migliore, deve essere utilizzato con il coperchio. In questo modo, la pietanza che viene inserita al suo interno rimane umida, e quindi morbida, durante la cottura. Solitamente il tegame viene utilizzato per tutte quelle cotture che non hanno bisogno di bollitura, al contrario della pentola.

Il tegame si caratterizza per fondo piatto e pareti non molto alte. Oggi si possono trovare facilmente in giro tegami in terracotta, pietra ollare, alluminio, rame stagnato e acciaio inox.

 

Diverse tipologie di tegame

Il tegame è un utensile da cucina di origine molto antica. Si tratta di una sorta di pentola o, se preferite, di una via di mezzo tra casseruola e padella.

Esistono varie tipologie di tegame. Una delle più famose è il “tegamino“, più piccolo del classico tegame e celebre per il piatto delle uova al tegamino, che prende il nome per questa particolare preparazione che si svolge all’interno di questo recipiente di cottura. Con il tegamino si possono preparare anche sughi o condimenti.

Altre tipologie di tegame, alcune in uso altre invece ormai desuete, sono la “pignatta” o il “bacile“. Ognuno di questi ha un uso diverso. La pignatta è solitamente un tegame in terracotta, panciuto e con il fondo piatto. Di solito interno ed esterno sono smaltati, per garantire l’impermeabilità ed evitare che gli alimenti durante la cottura si impregnino nella terracotta, rilasciando odori e sapori diversi, nelle successive preparazioni. Se la pignatta ha i bordi bassi e un solo manico, viene chiamato “tegame in terracotta”. Il bacile invece è un tegame in rame battuto.

 

Com’è fatta la casseruola?

La casseruola assomiglia al tegame, con la differenza che quest’ultimo ha le sponde più basse. Il suo nome probabilmente viene dal francese “casserole”, che in lingua provenzale indicava una cassa utile per le cotture al forno. Altre fonti invece indicano come origine “kyathos”, ovvero scodella. La casseruola ha una forma cilindrica, con manico o due maniglie, oppure ovale, ed è pesante. Le pareti sono più basse rispetto al diametro, almeno della metà, e viene utilizzate con un coperchio.

La casseruola può essere mezza fonda o bassa, la differenza tra le due risiede principalmente nell’altezza delle pareti. Le casseruole vengono utilizzate per la preparazione di cibi in umido, arrosti, cacciagione o sughi. Le casseruole utilizzate per la realizzazione di sughi e salse, che presentano un beccuccio laterale, utile per rovesciare il contenuto su pasta o altre preparazioni. Praticamente viene utilizzata per tutte quelle preparazioni che prevedono una lunga cottura, e devono essere mescolati di tanto in tanto.

Oggi si possono trovare in commercio in diversi materiali, principalmente casseruole in alluminio, acciaio inox, rame, ghisa, terraglia, ferro smaltato o vetro da fuoco. Le casseruole possono essere utilizzate anche per portare i cibi in tavola, non soltanto per cuocerli.

 

Diverse tipologie di casseruola

La casseruola può essere di diverse tipologie, principalmente corrispondenti a tre tipi. Quella con due manici viene chiamata “faitout”, quella bassa invece viene chiamata “rondò”, invece se è a manico lungo e bassa viene definita “russa” o “sautoir”.
La casseruola alta si usa per gratinare o brasare i cibi, o per le cotture in umido, quella bassa invece viene preferita per i risotti o per gli arrosti, infine quella a manico viene utilizzata per preparare salse o creme. C’è poi la casseruola ovale che si presta a cotture lunghe, grazie al pesante coperchio che tiene l’umidità all’interno, ed evita di dover rimescolare il contenuto. Inoltre, la forma ovale è perfetta per cuocere polli, faraone o altri arrosti. La casseruola in ghisa è un classico presente in ogni cucina che si rispetti.

 

Com’è fatta la brasiera?

La brasiera, come suggerisce il nome, viene utilizzata per preparare le carni brasate. Si tratta di un recipiente realizzato in rame o alluminio, di forma ovale o rettangolare. In passato veniva utilizzata cospargendo il coperchio con le braci, da qui il nome brasiera, per fare in modo che il calore si diffondesse in maniera uniforme, dal basso, ai lati e anche dall’alto.

Le brasiere sono disponibili in varie dimensioni, che dovranno essere scelte in base al cibo che si intende brasare. Gli alimenti infatti dovranno essere immersi completamente negli ingredienti di cottura. Viene infatti utilizzata con il coperchio, per favorire il mantenimento del vapore all’interno, ed è dotata di maniglie fisse o a caduta. La forma è generalmente rettangolare, con coperchio a scatola, che viene chiuso ermeticamente.

 

Tipologie di brasiera

La brasiera solitamente viene realizzata in alluminio, per permettere al calore di diffondersi in maniera uniforme. Infatti, spesso il coperchio, data la sua forma, può venire utilizzato per scaldare altri alimenti contenuti in recipienti più piccoli.

 

Com’è fatta la pesciera?

La pesciera, come suggerisce i nome, è un recipiente di cottura utilizzato per il pesce. Infatti ha una forma allungata, ellittica, con pareti alte e profonde. Viene utilizzata per immergere al suo interno gli alimenti, ed è dotata di coperchio. Inoltre, all’interno ha una griglia, che viene anche chiamata navicella. Qui viene steso il pesce, che una volta cotto può essere estratto con estrema facilità, lasciandolo intero.

Le pesciere possono essere di varie dimensioni, che dovranno essere scelte in base alla grandezza del pesce. Può essere utilizzata per tante cotture diverse.

 

Polsonetto o ponzonetto: cos’è e com’è fatto?

Il polsonetto, detto anche ponzonetto, è un particolare contenitore utilizzato per la cottura a bagnomaria, in rame non stagnato. Esistono però altre forme, per la cottura sul fuoco. La differenza tra le due è che quello per la cottura a bagnomaria è stretto e profondo, a forma di cono, con il fondo arrotondato, l’altro invece, quello per la cottura sul fuoco, è poco profondo. Per queste sue caratteristiche, il polsonetto viene utilizzato soprattutto, per non dire quasi esclusivamente, per le cotture professionali.

Può essere associato ad una casseruola. Questo strumento ha però, al contrario della casseruola, un manico lungo che lo rende di facile maneggiabilità, e ha un fondo sferico e bombato, che permette di diffondere il calore in maniera uniforme ma non di essere appoggiato su un fornello.

Viene utilizzato anche per preparare dolci, come zabaione, croccante o creme di vario genere.

 

Paiolo: cos’è e com’è fatto?

Il paiolo, detto anche paiuolo, viene utilizzato per la preparazione della polenta. Questa tipologia di recipiente è diffuso soprattutto nel nord Italia. Solitamente è realizzato in rame, ma anche in ghisa, pietra ollare o alluminio. La tradizione vuole che sia realizzato in rame battuto e che abbia un grosso spessore. Può essere di piccole o anche di grandi dimensioni. Infatti, soprattutto in montagna, viene utilizzato oltre che per la polenta, anche per la produzione di formaggio, altrove invece per la preparazione dei ciccioli.

Ha pareti alte e convesse, un solo manico e il fondo bombato, perché non deve essere appoggiato sul fuoco, ma appeso su un caminetto o incastrato sopra gli anelli della stufa.

 

Diverse tipologie di paiolo

Il paiolo tradizionale è in rame, non stagnato all’interno. Ma ne esistono anche altre tipologie. Il paiolo in ghisa, come quello in rame, ha le pareti dritte e il fondo bombato con un solo manico. La ghisa è più economica del rame, ma è anche più difficile da pulire.

C’è poi la pietra ollare, che si scalda molto lentamente e mantiene a lungo la temperatura. Il paiolo in alluminio invece ha il fondo piatto, perché viene utilizzato sui comuni fornelli. Le moderne versioni sono rivestite di teflon, per evitare di far attaccare la polenta. Infine, esiste anche il paiolo elettrico, che ha la forma classica a forma di cono, ma è anche dotato di una pala elettrica, da qui il nome, che gira continuamente per rimestare la polenta.

 

Teglia, tortiera o testo: come sono fatte?

La teglia, così come la tortiera e il testo, sono tre contenitori o strumenti utilizzati per cuocere alcuni alimenti, sul fuoco o nel forno.

 

La teglia: cos’è e quali sono le tipologie

La teglia viene utilizzata per informare gli alimenti e ha forma ampia, rettangolare o rotonda, e bordi bassi. Di solito viene realizzata in acciaio inox, ferro, alluminio ed è antiaderente, in teflon o stagnata. Ci sono poi anche alcune teglie in terracotta o porcellana, che però vengono più spesso definite pirofile.

Esistono varie tipologie di teglia. Una delle più famose è la teglia a cerniera, che viene utilizzata anche come tortiera. Poi c’è quella da pizza, celebre per essere alla base della preparazione della pizza al trancio. C’è poi la teglia apribile, che permette di togliere un prodotto una volta cotto, senza romperlo. In queste ultime il fondo e i bordi sono separati, e si possono aprire con un’apposita cerniera. Infine, ci sono le teglie usa e getta, che si trovano anche al supermercato e sono realizzate da un foglio sottile di alluminio. Dopo un paio di utilizzi dovranno però essere buttate.

C’è poi una particolare teglia tradizionale, in rame, che viene utilizzata per la preparazione della farinata. Questa tipologia di teglia ha forma rotonda, bordi bassi e arrotondati e un anello che viene utilizzato per appenderla. Si tratta di un contenitore molto pesante, chiamato appunto “farinata”.

 

Com’è fatta la tortiera?

La tortiera è molto simile alla teglia apribile, tanto che spesso vengono utilizzate per lo stesso scopo: preparare una torta. Si tratta infatti di un contenitore rettangolare o tondo, in cui viene versato l’impasto prima di infornarlo. La tortiera può essere di varie dimensioni. Di solito è realizzata in metallo, per resistere al calore senza deformarsi. Alcune hanno lati più bassi, per torte sottili, o per preparare più strati di una torta, altre invece hanno i lati più alti.

La tortiera a cerniera ha invece un fondo rimovibile e i bordi, che possono essere aperti grazie a un morsetto apribile. In questo caso, una volta che la torta si sarà raffreddata, si potrà aprire il morsetto per liberare la torta senza romperla.

Cos’è e com’è fatto il testo?

Il testo presso gli antichi romani era una pentola in terracotta, che veniva utilizzata per la cottura di alcune pietanze, come ad esempio delle focacce non lievitate. Tutt’ora viene utilizzato per la cottura della piada, ma anche di torte, pane o per alcune portate a base di carne. Attualmente si trovano soprattutto in ghisa. Possono essere singoli oppure doppi, dove entrambe le parti vengono arroventate sul fuoco e vengono utilizzate per cuocere entrambi lati di una focaccia, senza voltarla

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi